Pensieri

Sensi

Il privo di vista, non riconosce il colore della pelle.
Il sordo, non afferra il suono della melodia.
Il privo di voce, non recita l'incanto del pensiero.
Il monco, non sfiora l'identità del contatto.
Il privo di olfatto, non fiuta il ricordo dell'immagine.

Lo stolto, non coglie l'emotività dell'esistere.
Il saggio, esalta l'onnipotenza delle proprie idee.
L'umile passeggia e sorride in silenzio,
sapiente del tutto.

APP

Visioni

Osservo
l'innocenza degli alberi
fitti laggiù e qui dietro
raggruppati, maestosi, silenti
come in meditazione
una riunione secolare
sempreverde per alcuni, fiorita per altri
Tante specie, altezze, dimensioni
Rigidi o fluttuanti
Oscuri o allegri
Il vento sibila, o se gli va, fa brezza
Con il suo alito
traduce le parole
di ogni arbusto
L'alto fusto le disperde
nei cieli caldi o freddi
Diventan sussurri all'aria
che se li prende e li dissolve
portandoli altrove
chissà dove

Gli umani
sono tanti più
tanti meno
tanti più o meno
Non sono innocenti
Non sono secolari
Mai potrebbero discorrere
nei silenzi sempreverdi o fioriti
Son di troppi colori e tanti coloro
Di quelli donati ne fan confusione
Ecco perchè vivon meno, vivon poco
Si lasciano morire
ammazzandosi, prima di ogni morte
Quei fusti
che non hanno altezza

APP

Non so riconoscere

É tramonto.
Non faccio differenza tra luce o buio, giorno e notte. Ma esisto sempre, e mai esito.
Se più mi affaccio, il giorno ha più ore, e la notte pure.
Il tempo, quel tempo scoperto, poi stabilito, mai l'ho notato. Eppure c'è, e ne viene narrato passato, presente, futuro, ma anche idea, invenzione, fantasia, sogno. Ne vengono tratte sorti, maledizioni, superstizioni, credo, ed ogni ipotesi che accompagna la vita e la morte, soddisfando ogni convenienza.
La mia indole è noncurante, ma mi addentro in ogni dettaglio non cogliendone il significato, sensibile ad ogni differenza.
Tutto è così uguale, ciclico, ma tanto diverso. E così tra i solchi delle cortecce di ogni albero, e negli sguardi umidi di ogni umano, come tra i fili d'erba che sono ovunque, e tra le pieghe della pelle di mani laboriose, ed i muri scrostati dalla storia, fino ai movimenti sinuosi di due amanti, tutto così simile, ripetuto, ripetitivo, ma così differente, unico, emozionante.
Ma non me ne accorgo, e proseguo lungo la mia strada eterna.
Penetro tra voci che già parlano, a volte gridano, non so se di gioia o di dolore, non ne conosco la differenza. Come tra quei vagoni spigolosi di un treno, non so in quale quando, tutti uniti, accartocciati l'un l'altro, gli sguardi fissi, chissà con che emozione. E urlano, molti senza voce, ma poi gli stessi li ritrovo muti, nudi credo, uno sopra l'altro, orrizzontali, in massa. Qualcuno più su, in posa verticale, mi pare ride. Ed altre folle gridanti ancora, come sciami allo stesso suono, allo stesso gesto, con egual colori.
Non so la differenza tra quei corpi in movimento, e quelli inermi.
Non so riconoscere.
E poi ancora versi, che non son poemi, di bestie odoranti su lunghi camion, e poi in massa, in enormi stalle poi silenziose, fatte a fette, speziate, per adornare prelibati piatti di trepidanti, che se ne nutrono.
Non so riconoscere.
Tra coltri di nubi che son fumo di cannoni, antichi e moderni, di un tempo che non ha senso, mi tuffo in urla che so di dolore, poiché son rosse, di quegli stessi che prima si stringevano mani, ma poi li ritrovi feriti che si curano, o morti che si sotterrano. Non ne capisco il senso. Ed ancora in tanti a piangere su città di croci, ma prima, tra sorrisi, si abbracciavano.
Non ne capisco il senso. E proseguo.
Mi chiamano vento, aria, brezza, ciclone, posso dare vita e tragedia.
Accarezzo tutto e tutti. Tutto ciò che vive, che nasce, che muore, da sempre, e per sempre nel poi. Ispiro all'amore ed assisto al procreare, ne asciugo le acque, proteggo lacrime di gioia. Sprono la crescita, lasciandovi respirare. Scompiglio i capelli per un benestare. Alimento carezze nei gesti più intensi, per la migliore coscienza della dignità. Faccio volare fogli di progetti sbagliati. Alimento la lingua a chi decanta il rispetto. Tramuto le urla in grida di chi reclama giustizia. Disperdo le sillabe a chi non sa parlare, e ne prosciugo la saliva.
Ed ecco ancora, folle, follia, foschia, che creo perchè non capisco.
Non so riconoscere i vincitori dai vinti. Le spade trafiggono mentre ammazzano, e ne asciugo il sangue grondante, prima di riuscire a seccare la ferita fatale.
Non so riconoscere, ecco perchè uccido innocenti in tempeste di vento, di acqua, di terra, di mare, credendo siano i colpevoli.
Non so riconoscere.
Mi avete confuso voi, pacifisti, dittatori, dei, stolti, geni, umili, potenti, affabulatori del nulla e del tutto. Qualcuno vi ha dato il dono del pensare. Io vi dono il respiro. Voi raggirate la vita, vi riproducete sempre più, ma le città di croci, son di gran lunga più affollate, come le croci ancora in vita, tante, troppe. Vi soffio sul viso ed appare il sorriso. Esulto, ma non capisco. Lo stesso ama e fa stragi. Gioisce, tradisce, stordisce. Timido, certo, fiero, come l'arma della convenienza. Della guerra o della resa. Della certezza e del dubbio. Della burla e del consenso. Dell'ira e della dedizione. Silente, ridente, commosso, pare riflesso del cuore.
Fluttuo nell'etere e vi ritrovo dappertutto.
In ogni preciso momento, sono ovunque e chiunque siate.
Ma non vi riconosco.
Siete tanti e fate i troppi, nel vuoto che colmate con regole sfuggite. Ma sono imparziale, il mio compito eterno è raccogliere la memoria.
Circondo ed afferro ciò che sfugge.
So riconoscere.
Nelle parole al vento.

APP

Fu, è stato, è

Non posso ricordarti
quando scrivevi
a quel lume di candela
macchiandoti le dita d'inchiostro
del calamaio ben saldo
E del tuo genio
leggiamo ora
poesia

Ricordo
quando hai scritto
in quelle notti nebbiose
incantandoti dei tasti
della difettosa macchina da scrivere
E del tuo sapere
impariamo ora
storia

Osservo
mentre scrivi
alla luce del tuo computer
che riflette i testi nelle pupille
tra quei fumi che sono tuoi
E della tua fantasia
deduciamo ora
vita

APP

Avanti

Reggio Emilia, ma poteva essere ovunque (in Italia).
Camminavo.
Lui seduto su quattro ruote, due grandi e due piccine, direzionabili.
Affannava.
A bordo, una borsa ed una stampella.
La usava, assieme all'unica gamba, per spingersi, attraversando la strada, intimorito dall'esser investito.
Gente più grande di lui, perchè in piedi, ignoravano e sghignazzavano.
Si ferma, stanco.
Sono titubante, poi deciso.
Un' occhiata, poi lo spingo verso la strada richiesta, che è la mia stessa.
Gli chiedo, e mi dice dei soldi che gli sono dovuti per l'invalidità, paiono offensivi.
E' troppo giovane per averne di più dice, è un bell'uomo di mezza età, fortunato di esser ospite di una struttura, racconta ancora.
Lui è davanti. Non mi vede, mi sente soltanto.
Guido io.
Potrei spingerlo in mezzo alla strada, e farlo uccidere.
Potrei spingerlo su un prato fiorito, e fargli toccare un paradiso.
Lo spingo fino al bar, dove mi ha chiesto di portarlo.
Chiedo se ha bisogno di altro, ma lui va già verso ad un tavolo esterno prescelto, ringraziandomi senza girarsi, quasi timido.
Il suo mondo è davanti a sé, sempre.
Un ora dopo, cammino ancora sotto ai portici.
Lo vedo a ridosso di un tavolino, ad un altro bar. Guarda ovunque, nel vuoto che conosce, del suo mondo.
Cerco il suo sguardo. Mi sfiora. Non mi riconosce.
Non riconoscerebbe né l'assassino, né il benefattore.
Il suo mondo è davanti, avanti.
Proseguo.

APP

Esaperazioni di una realtà

Un tempo dovevi fuggire, (tutti sapevano dov'eri, ma potevi non farti trovare).
Ora basta non esserci, (tutti ti trovano, ma non sanno e non interessa dove sei).
E' il tempo in cui cammini e sosti a testa bassa, concentrato sulla prolunga della tua mano retroilluminata, per cercare chi ti sta davanti, intorno, senza incontrarlo, con gesti buffi o parole per il vento.
Solo se inciampi ti accorgi, che qualcuno realmente c'è.
Ecco perchè, se non ci sei, li, dentro quella moderna tecnologia, con identità fotografiche, fedeli o assurde, e parole che narrano storie fantastiche, nel reale sei fantasma, riconosciuto solo se ti materializzi in quella comunità.
Un tempo le star erano poche, ora spopolano e sono di più degli spettatori.
Un tempo i sogni erano spontanei, segreti. Ora sono rivelati prima di esser sognati, dispersi.
E' cosi semplice essere uno spirito sconosciuto, se non compari.
Li sei, fai, diventi personaggio.
Il pedinamento non ha più passi, ma immagini, parole, in aree identificabili, grazie al ricettore che sempre hai con te, il quinto arto che pensa ed agisce negli input che dai, nel travestimento che ti conviene o decidi di indossare, per comparire, poichè l'apparire è uno status datato, e ti piace deviare da ciò che davvero sei.
Comunicare, è a testa bassa quando digiti, o a testa alta con occhi che non vedono, se parli ed ascolti l'interlocutore virtuale.
Poi, rientri al lavoro, a casa, su un mezzo di spostamento, e la ricerca di ciò che è oltre al vero, continua. Ciò che manca, poichè lontano, ciò che è desiderato, perchè sogno.
Puoi decidere di morire, per finta o per davvero. Nessuno ti crederebbe. Nessuno lo saprebbe nel tempo reale. E se muori davvero, lascerai traccia nel tuo alter ego tecnologico, a cui hai affidato verità e menzogna, segreti e virtù, decidendo, in vita, cosa rendere pubblico.
Avverti la morte, che si faccia viva poco prima di cercarti.
Hai fatto un contratto per un prolungamento della vita, o per renderla eterna, e non lo sapevi. Puoi decidere di lasciare la comunità. Allora moriresti, dimenticato o additato come traditore, offendendo chi ha avuto tue parole ed attenzioni. Non puoi decidere nulla, se ti sei travestito di quegli abiti.
Puoi solo rientrare nella vita quotidiana, sconosciuto tra i fantasmi rimasti, ma che sorridono.
Finalmente riconoscerai le stagioni, in quegli alberi che sono cresciuti, più imponenti e folti di prima, ora, che la tua testa è alta, e più nulla può distrarti da ciò che davvero accade, nella ciclicità mutevole ed inaspettata, di sempre.
Finalmente riconoscerai i tuoi simili, ed ogni dialogo avrà confronto senza filtri. Riconoscerai ogni tua capacità e qualità, nell'espressione immediata.
Ora, puoi crescere dal vero.
Ora, puoi esserci davvero.
Per te.

APP

Vola (segnalato Premio Castrovillari 2010)

Accelera, accelera
lo schianto su quella nuvola è imminente
Fin da piccolo ti chiedevi
cosa ci fosse dentro, dietro
Poi, da grande
hai cominciato a volare
ed hai pensato di aver capito
meravigliato
Eppure ora acceleri
da grande bimbo
La salita è ripida
come una rampa di lancio
Ideale per lo schianto
Accelera, accelera
ma già sai
che la trapasserai
Oltre la salita
la discesa perfetta
Ed ancora atterri
nel mondo nuovo
del mondo stesso
La strada è lunga
le nubi eterne
Vola

APP

Atterro (recitato in diretta radioflash Torino 2010)

Ho preso in prestito la parola.
Pare sia l'arma che ha condizionato in ogni tempo, voi umani.
La poetica ne esce spontanea.
Atterro in questa verde piana, colori li chiamate, il cielo è di un azzurro puro. Il tempo è definito nell'oggi, nell'adesso che ognuno legge, che è d'ora in poi.
Non rivelo le mie sembianze. Potrei non averne. Potrei spaventarvi.
E' il crepuscolo, ma io vedo, e osservo una piccola folla, ossia tante persone sedute, in piedi, che attendono qualcosa. E ancora tanti colori, sull'estremità alta, che contiene i sensi più importanti, l'apice pensante pare, pieno di capigliature variegate o proseguo di pelle, dalle tante forme e lunghezze. Poi gli occhi, la visione dell'intorno. I battiti di ciglia irrequieti o calmi, rivelano la curiosità. Pare un istinto che provoca l'interesse e cerca la relazione. Ed i buffi nasi che annusano e si arricciano e coinvolgono l'avvicinamento, di ciò che è scelto. Quelle bocche poi, che divorano cibo e bevande con l'ingordigia della bestia, che teme il furto della preda. E da li esce quel suono che è voce, ed ogni dichiarazione di poesia, di amore e guerra. Ciò che vi tiene in vita.
Le età, che fan differenza, le riconosco dai solchi di rughe, che narrano ogni percorso emotivo, nelle difficoltà e negli agi della vostra esitenza, e nell'ingenuità del movimento di quei nanetti che son bimbi, voi, ancora inesperti, giovani scopritori.
Vi osservo comunicare. Toni diversi che identificano uomo e donna, cadenze altalenanti, accompagnate da gesti, che raccontano ogni intento. Un brulicare che unisce, pare.
Poi qualcosa avviene.
Da un pulpito rialzato, avanza un essere inquietante tutto in nero, nel buio illuminato artificialmente, di un tramonto ormai scomparso, mentre una nenia musicata, che fuoriesce da un serpente ad aria, compresso ed aspirato da un altro attore, ammutolisce la modesta massa umana, su quel prato. Mi chiedo che accade, ma ascolto le parole, ora, per quanto mi è concesso, le capisco. E' una recita.
Mi sono impossessato anche di una certa cultura, della memoria, dell'intuito e della comprensione delle emozioni. L'umano in nero recita Tucidide, Pasolini. Epoche diverse, poesia e letteratura di sempre. E poi l'adesso.
Cerco di comprendere il tempo, quello che passa, quello che rimane, quello che va ricordato, quello che va dimenticato. Cerco di capire perchè è così temuto, osannato, maledetto o rimpianto. Cerco di capire l'importanza della vostra storia, del perchè delle guerre per farne poi altre. Del perchè cercate la morte prematura, e nel mentre vi inventate qualcosa, per prolungare la vostra vita fisica. Parlate di eterno attraverso lo spirito, poi cercate di prevalere, prevaricare, di essere un dio, e tutto decade per la perdita dell'umiltà. Anche lo spirito è corrotto. Il dio diventa icona, dimenticando ciò che ogni umano potrebbe essere. Dio di sé.
Ma come penso? Come scrivo? Le vostre emozioni mi arrecano confusione. Mi rendo conto che è fatica esser umani.
Osservo.
Su quel palco c'è un dio forse. Tutti rivolti a lui con ogni senso, trascinati dal racconto di un passato che ascolto, identico al presente vostro di ora. Sono versi di poesia di guerra, di mediazioni e di guerra ancora, e poi disperazione, secoli dopo, pochi anni fa, e percepisco quella poetica lacrimante, come resa, che è comunque guerra silenziosa.
Mi adeguo a voi e mi chiedo dei perchè, costretto a farlo.
Lo fate alimentandone altri e le domande diventano più delle soluzioni, e quei verdetti rimangono solo filosofia, della religione, della politica, del progresso, che mi pare regresso, se ora siete qui a ricordare tempi che non avete conosciuto, ma che sono insegnamento della formazione della vostra cultura che mi pare sfascio, per le catastrofi che ancora vi circondano, naturali e provocate.
Osservo i volti, attenti, commossi, distratti, adeguati, ispirati, presuntuosi, esibizionisti, timidi, saccenti, solitari, severi, comunque tutti uniti, nella condivisione di una comunità dell'attimo.
Voi siete attimo. La vostra vita è l'insieme di tanti attimi, flagellati dalla burla del dio tempo. Continuate a voler vivere di più e meglio e proseguite ad autodistruggervi, esaltando denari e potere in quanto simboli del quieto vivere, uccidendo psiche e corpo, oggettificando l'amore, che pare sia il vostro irrisolto malanno. Siete contraddizione, ma forse siete in vita grazie ad essa.
Gli animali hanno bisogno solo del cibo per la soppravvivenza fisica, voi anche di alimento per la mente. Stasera il cibo comune è cultura, assaporata da ognuno a modo proprio. Lo stolto non capisce. Il colto capisce oltre. L'alimento è lo stesso, ma l'ingordo vince. Ecco il vostro dramma, il vittorioso ed il perdente. C'è distinzione tra voi umani ma osannate la parità e vivete nella competizione, che va oltre al gioco.
Solo un qualcosa non si estinguerà, mai. I vostri primi simili lasciavano segni, disegni, poi capolavori immensi, le arti, la poesia nei versi scritti e recitati, la letteratura nella calligrafia infinita. La scrittura, la parola, ebbene, l'immortalità della comunicazione umana, silente ed assordante, usata per ogni proclama della politica, della guerra, dell'amore, della pace.
E' tanto semplice quanto difficile stare tra voi.
Siete qui ora, per un benessere visivo ed uditivo, ma vi ascolto, parlate delle cose più atroci, facendo gara a chi ne ha di peggiori. Vi osservo. Avete moglie e guardate quella accanto, con desiderio. Avete marito e lo ignorate, guardando altrove, mute. Comprate cibo, affamati, e ne lasciate la metà marcire. Cosa manca mi chiedo, se tempo, amore, amicizia, mestiere, salute, vi portano ad una richiesta di morte prematura, per l'insoddisfazione che narrate o reprimete.
Solo nell'attimo recitato e musicato, il silenzio è attenzione, sogno, fantasia, indifferenza, arricchimento, poichè la parola scorre ed incanta, ipnotizzando ciò che dovrebbe essere vissuto con dedizione, sempre. Il comunicare. Il dono che ho io, non riconoscibile, invisibile, ma presente ora, di cui ne comprendo le potenzialità infinite, grazie al sentimento delle sensazioni che questa sera, ho preso in prestito.
Ho voluto somigliarvi. Volevo indossare l'abito della coscenza delle virtù umane.
Ho compreso. Per questo mi dileguo, scompaio. Non percepisco l'Essenza della vita breve che vivete, seppure basta un attimo per comprenderla. Vi riconsegno la parola e tutte le emozioni ed il sapere.
Tornerò al mio non tempo, per poi tornare, per osservarvi ancora, per scoprire se la vita vostra è ancora viva.

APP

ImmaginandoVi (premio giuria concorso nazionale Marina di Pisa 2011)

Non conosco quel mare
se non ricordando notti d'adolescenza
Lacrime dolci d'innamorata lontana
perdute nel sale di quelle onde
note a Voi
uomini d'oggi di battaglie antiche

Non conosco quel mare
e la modernità m'informa senza viverlo
Mi suggerisce intuizioni
Io, straniero senza esserci, sono tra Voi
Sorvolo le immagini
mi addentro nella storia
Respiro i fumi rimasti, ed i profumi che sono

Non conosco quel mare
ma dall'alto del basso affondo i piedi
in quelle sabbie a Voi conosciute
Sogno ciò che vedete, monti isole e pinete
Imparo tradizioni ed abitudini
Aggiusto le grandi reti di fine d'Arno
cosa, di rare mani abili

Non conosco quel mare
Le onde, sempre quelle, mai di altri
Il passato, mai trascorso, sempre nuovo
La natura, selvatica, costruita, mai offesa
Voi, accogliendo noi
vi accorgete di ciò che avete, sapendolo

Riconosco quel mare
ora, poichè il sempre è già stato
E. Ci sarò, nel poi
Grazie. A voi

APP

Per lui (selezionato per festa della donna 2010)

Quanto ti fa sentire
quella madre che con amore ti allatta
Quanto ti fa sentire bambina
quella donna che con orgoglio ti cresce
Quanto ti fa sentire ragazza
quel padre che commosso, di nascosto ti osserva
Quanto ti fa sentire donna
quell'uomo che per primo ti ama
Quanto ti fa sentire donna
l'uomo che per primo ti delude
Quanto ti fa sentire donna
la passione che sai
Quanto ti fa sentire donna
il seme che ti rende la vita
Quanto ti fa sentire donna
quel bambino che ti chiama mamma
Quanto ti fa sentire donna
quel compagno indegno
Quanto ti fa sentire donna
il tanto amore incompreso
Quanto ti fa sentire donna
quel ragazzo del tuo sangue
Quanto ti fa sentire donna
l'uomo che hai reso tale
Quanto ti fa sentire donna
quel sorriso adulto che ringrazia
Quanto ti fa sentire donna
ora, che sola, hai tutti intorno
Quanto ti fa sentire donna
quando accarezzi le tue rughe sapienti allo specchio
Quanto ti fa sentire donna
la vita s'finita, ma che sai eterna
Quando ti fai capire, donna
Quell'uomo non se accorge
mai

APP

Vetro

Ricordo un nonno
il mio
negli ultimi giorni
seduto davanti, dietro ad un vetro di una finestra
Mi narrava ciò che vedeva
insegnandomi ad osservare
imparando i perchè
Colto in ogni certezza
Egli fermo, il resto in movimento

Ricordo un bimbo
ero io
nei giorni seguenti
in piedi a ridosso, incollato ad un vetro di molti treni
Immaginavo ciò che notavo
narrandomi ogni visione
inventando i perchè
Colto in ogni fantasia
Io in movimento, il resto fermo

Ricordo un ragazzo
mio nipote
per giorni a venire
in ogni posizione, sfiorando un vetro di infiniti colori
Osservava ciò che cercava
risolvendo ogni quesito
senza saperne i perchè
Colto in ogni tema
Lui immobile, il resto manovrato

APP

P.S.

Il palcoscenico è affollato oggi.
Le comparse, gli attori, i protagonisti, i tecnici, gli addetti, sono al loro posto, per un altro giorno di regia confusa.
La capocomparsa è nervosa. Il suo turno scade tra poco. Sbuffa, ed impreca lamentele e moralismi, che sono sentenze. Alcuni, i nuovi arrivati, la temono. Gli altri, quelli attenti, la deridono o si ribellano, così, per gioco.
Le età sono tante. Le fisionomie altrettante. Si distinguono le razze e caratteristiche. Attori che arrivano senza orario. Chi accompagnato da conoscenti o sconosciuti. Chi solo. Chi preparato, con il copione sottobraccio. Chi perso, anche lacrimante per l'emozione.
Rivelano all'accettazione i loro dati e poi li, in una lunga o breve attesa per il provino, il primo, o quello che li proclamerà protagonisti, o almeno tali.
Davanti a me, in un androne, dopo un lungo corridoio che dà sui camerini, un attore, supino, evidentemente prova il dramma di una parte, e di spalle si lamenta. Intorno ha due ancelle, la madre e la sorella, così rumorose e tanto pacchione e pacchiane, che imbarazzerebbero il più bifolco. Proseguono noncuranti le azioni.
I corridoi, quello principale, è colmo di silenzi, imbarazzi, sofferenze, e tanto vociame confuso e distorto, per l'attesa del debutto.
Tante porte. Non rivelano quale è l'ingresso che spetta per quel provino, che consacra o licenzia. Lei, bellissima, è li, nascosta nel suo turbante, che le scopre il viso olivastro. Gli occhi descrivono le movenze, ed osservano tutto, cioè nulla, poiché pensano altrove. Stringe la mano al suo lui, che giace come morto, ma concentrato, in trance.
Là, uno più grosso, un figurante, con stampelle complicate, ed un dolce giovane angelo, che lo accompagna, che lo sostiene.
Ed ancora uno pallido, magrissimo, con un viso caratteristico. Vaga tra tutti. Presente. Assente. Come se volesse fuggire. Sapendo di rimanere.
Chissà che ruoli hanno preparato. Chissà chi fingono di essere. Chi sono in realtà.
Tanti occhi guardano, si guardano, non osservano. Tanti occhi per la metà dei presenti.
C'è il cambio della capocomparsa. E' un lui. Pare in divisa, come pochi altri. Corre tra la folla per donare belle parole, come conforto a dei condannati di speranze. Gira e si aggira. Controlla. Spiritoso e severo con tutti senza distinguo, poiché sapiente nel suo mestiere.
Ma ecco, ecco il momento. Chiamano.
E' il nome di mio padre, il mio cognome.
Ambulatorio tre. Dottor Traversi.
Il pronto soccorso ha un maleodore.
Sorrido agli attori rimasti, ed accompagno il mio vecchio fin dove mi lasciano.
Il regista ed i suoi aiuti, lo attendono. Le domande sono tante, i test lunghi.
Chissà se lo tratterranno, e debutterà recitando. O se lo lasceranno, e rimarrà tra il pubblico.
Noi quaggiù. Loro lassù.
Attori.
Uguali.

APP

L'uomo del cinema (dedicato)

A giorni alterni, accade un grande evento per piccoli e poco più grandi, e gli adulti rimangono in casa, trattenendo la curiosità, attendendo la soddisfazione nel racconto.
Lui, l'uomo del cinema, e non è attore, regista o altro, come ci immaginiamo, ma è un colui che ha reinventato il tempo, nel tempo di un un luogo che non ne ha.
Su quel tessuto bianco ben steso tra legni che lo incorniciano, accende luce nella serata notturna che accoglie raggi di luna e di qualche lume artificiale necessario, poiché il buio della natura ha il sopravvento.
Del villaggio, non ci importa sia di legno, di muratura, di case, di chiese, o di sabbia o di sassi, di un presente, un passato, o realtà che sarà.
L'uomo del cinema tutti sapevano chi era, poiché certi del luogo dove raggiungerlo, ma poi non interessava sapere altro.
La vita non ha storia li, se non quella narrata nel presente, divagando nell'immaginario degli accadimenti di poco fa.
La magia ha inizio. Il bianco del tessuto si anima di colori e chiaroscuri.
E' irrilevante il significato delle immagini, ma è la sorpresa di sapere che esiste qualcosa di diverso, senza domande nei perchè e che cosa è, per potere ritrovare e rivivere l'emozione ogni volta.
L'uomo del cinema forse non esiste. Vaga in ogni tempo, di luogo in luogo, cercando la meraviglia negli sguardi, che sanno ancora sorprendersi.
Appena spegne quella luce, scompare.
Tutti tornano come prima, nelle tenebre e nei giorni, più ricchi di sogni e di racconti.
Loro, lo sanno che non esiste.
Per questo lo cercano, sapendo dove trovarlo.

APP

Neri nel buio

Erano in molti, in tanti, e non me ne accorgevo.
Erano silenziosi, dal portamento più nobile, lo intuivo.
La pelle dal forte odore, è l'abito più elegante che indossano. I piedi dalla pianta indeformata, sono le scarpe più lussuose. Tessuti coprono il sesso, fino alle ginocchia ai maschi, oltre al seno, alle femmine. Lo scoprii di giorno. I colori erano sgargianti.
Erano in molti, così tanti, che solo l'udito se ne accorgeva.
Sgrano gli occhi cercando di vedere come in un sogno.
La sabbia, sotto ai miei piedi sensibili ed ancora fragili del mio mondo certo, fatto dalle scarpe più sicure, mi ricorda che cammino per davvero.
Non ho paura, ma se lo raccontassi, non a loro, agli altri, mi direbbero di averne, poiché non sono nel mio reale.
So che sono in molti, li ho intorno, ma non mi circondano. Sono curiosi, ed io potrei avere timore.
Mi vedono. Ho un colore diverso, nel riflesso delle stelle al sole, che fa giorno nell'altro emisfero.
Riderebbero se sapessero riconoscere la paura, la mia, che nego.
Ora sono certo. Sono in molti. Sorridono. Ridono.
Denti bianchi ed occhi accesi, belli, amichevoli, e chiedono, senza volere sapere dei perchè. Inconsapevoli, istintivi. Nella certezza di ciò che esiste, rispettano il giorno, rispettano la notte. Rispettano me, che irrompo nei loro ritmi irrequieti, sempre quelli, della natura ciclica, instabile.
Mi annusano con lo sguardo, come animali pensanti. La loro lingua tribale è una melodia estinta. Se fossi l'invasore, confonderei il gentile modo di salutare, come il verso insistente di una bestia.
Sono ospite invece, di un sogno che ricorda le origini, o di un futuro di purezza ed equilibrio.
Neri nel buio. Padroni nella natura, che dirige giorno e notti mai uguali.
Voci mature ed infanti, di frasi essenziali, poesie della cultura dell'indispensabile. Tutto è antico mai rinnovato, sempre attuale. I cantici sono riti di nenie eterne, disciplina necessaria, ripetitiva, ad ogni luce, nuova.
Sfilano nella notte acclamando lo straniero impacciato, io, che calpesto la sabbia fredda, lasciando impronte aliene, che non corrispondono a questa luna, terra, pianeta, non so più.
Fuggo dai nemici inventati. Mi rifugio nella capanna che mi ospita, si capanna, al lume di una candela. Ho portato portato Dante, Platone, Stendhal. Libri. La cultura, la sapienza, ci hanno fatto vivere trenta anni in più, ed aggiungo tutto quel resto, per non esser criticato.
Loro vedono di notte, intuiscono. Sanno. Muoiono nella mezza età. Non ricordano di chi sono figli e dimenticano di tenere il conto degli anni. La famiglia, la comunità, la donna, il senso dell'unione, la solidarietà, sono fondamento.
Nascono e muoiono con il sorriso. Non sprovveduti, ma fratelli della natura che proseguirà la specie.
Penso a tutto questo, tra le quattro mura che sono legni, guardando il soffitto in paglia, oltre al libro che racconto a me stesso di leggere.
Immaginando loro. Li fuori ora, ovunque, disciplinati, che si adagiano nel sonno, se sono bestie diurne, o nelle danze, se sono bestie notturne.
Penso a me.
Loro, siamo stati noi.
Passeggio nel museo oscuro, ma cosi chiaro di ciò che eravamo.
Intruso nell'allerta di stupori, mi meraviglio delle mie origini.
Un antico specchio dimenticato.
Cammino nel buio della mia coscenza. Della conoscenza, ne faccio ricordo senza vanto, qui.
Qui.
L'anima vive nuda, pura, incoscente senza domande. I valori sono indiscussi. Discutendone, noi, sappiamo distinguerli e disperderli.
Mi stupisco di questi sorrisi.
Li avevo dimenticati.
Non li dimenticherò.
Ricordiamoci di noi.

APP

Conosco

Conosco
chi per eterne stagioni
trattiene parole, pensieri, gesti, fantasie
per la speranza
Conosco
chi per una supposta eternità
esagera in parole, pensieri, gesti, fantasie
per l'immaginato
Comprendo
la dedizione
nella pretesa del riconoscimento
in parole, pensieri, gesti, fantasie

  Ciò che non coincide
ciò che non è desiderato
è indifferenza, noia, beneficenza
nella circostanza del rispetto
che rimane o sfuma a piacimento
dell'attore che recita
la parte del necessario

  Osservare la ciclicità dell'esitere
nei multiformi aspetti, pur sempre ripetitivi
sbalordisce nell'esserci dentro appieno
Ed ancora la sofferenza e la gioia
raccontano ogni fatica, che inciampa nell'amore
nel sesso dello svolgimento
di ogni nascita, crescita, morte

  Evitare ciò che affatica
Affaticarsi in ciò che è improbabile
Dedicarsi senza interesse, a ciò che è benessere dell'attimo
Importante è, non sfuggirsi

  Siamo così meravigliosi
Ma vorrei uccidermi ed uccidere
per capire cosa è vivere

  Piango, acqua

APP

Cara amica

Cara amica,
ti scrivo, così mi distraggo un po', ha cantato qualcuno.
Il comunicare di noi donne, tra donne, è così diverso da quello dei nostri amati ed odiati uomini.
Tanto amiche. Morbose fino al sangue, agguerrite, perfide, calcolatrici, competitive, invidiose, strateghe,...ma sempre così meravigliose nel bene e nel male, nella gioia e nel dramma. Così attrici, così spontanee.
Amica mia, se solo i maschi capissero il mestiere che noi siamo, già prima che qualunque forma di meritato lavoro ci sfiori, già da quando nostro padre ci osserva e ci addita come l'essere diverso e ci fa crescere tra attenzioni e disattenzioni, tutte all'eccesso.
Se solo capissero gli sguardi di troppo che ci danno fin da piccole alcuni, e dalle quali dobbiamo da subito, cercare di difenderci, magari sempre e solo in silenzio.
La nostra trasformazione è ogni giorno, ogni attimo, ed il nostro capriccio spontaneo è incompreso.
Siamo la natura, e diamo vita e morte, seguendo la nostra morale, dettata dall'esperienza.
Amica mia ti scrivo, non per ricordarti chi siamo, ma per parlare quasi a me stessa, per ricordarmi e chiedermi se so amare.
L'irrequietezza ci appartiene, ma è un dono della natura, che ci ha elette responsabili del futuro della nostra specie.
Mi chiedo se mai potremo fare capire ciò, al nostro “padrone”, il maschio, che ci possiede e di cui dobbiamo sempre decantarne la virilità, per evitare di perderlo altrove.
Noi siamo superbe, lui vanitoso, quasi un equilibrio perfetto, per una relazione di appartenenza.
Diamo il potere al maschio, ma alla guida siamo sempre noi, forti, che sopportiamo, supportiamo, la sua arrogante presunzione, violenta o mite che sia, costrette ad alimentarne ogni gesta, per non farci abbandonare.
Ed eccoci pronte a sostenerlo sempre, per non ammosciare la sua prestazione, che se fosse sessuale, l'andrebbe a cercare lontano, e rimaniamo poi solo consigliere e mamme. Lui evade i nostri schietti e capricciosi umori, e li mantiene solo se può penetrarli. Il capriccio eccita, finchè non diventa eccesso ripetitivo.
Siamo noi che decidiamo che sesso farci dare dal nostro uomo, padrone, schiavo. La sua erezione dipende dalla sessualità di donna che gli diamo. Così ci fa sesso l'intelletto, come ogni potere che prevale. Sappiamo scopare un corpo come una mente, e comandare, illudendo lui, di dominarci.
Dolce amica, mai potremmo farci capire a lui, nei nostri venti, trenta, quaranta, cinquanta, sessanta anni, nel progresso della nostra naturale evoluzione, quanto in quella necessaria. Anche se abbiamo potere, gli chiediamo protezione. Ci prostituiamo sempre, anche se non siamo puttane, cercando l'amore, utopia d'eternità. Ma un cazzo non ce la potrà mai dare, perchè più instabile della nostra perenne inquietudine, ma tanto fedele alla nostra natura di femmina, che ciclicamente cerca certezze, come cerca un figlio, e poi mai più ne vuole.
Che ne sa lui dell'ingenuità di scoprirci donna, poi, la prima penetrazione.
Lui dà, noi riceviamo. L'essenza di questo atto a lui sfuggirà sempre. Lui è l'animale e deve esaurire il suo piacere. E noi la mente ricevente, attente a non negargli piaceri. Poi la voglia di un figlio, il terrore di non averlo, il rifiuto dello stesso, poi il rimpianto, e l'abbandono che ci tocca per averlo avuto. Ed ancora la solitudine, la pochezza del troppo avere, e sempre il capriccio, del tutto, del nulla.
Dopo si invecchia. Si pretende ciò che non si ha, o nulla vogliamo di più e la paura, la paura di invecchiare, e ci rifugiamo nei desideri più insoliti o troppo soliti, con il terrore di perdere ogni treno. La fine del ciclo della nostra sessualità, per ritrovarne un altra.
Amica mia, siamo meravigliose, senza noi ogni mondo sarebbe annoiato. I maschi farebbero guerre di potere, e con la loro supponenza naturale, si estinguerebbero a breve. Ogni politica senza la nostra ombra, più o meno visibile, sarebbe sfascio.
Ma. Cerchiamo di non dimenticare l'amore, che non ha a che fare con prestazione virile o di potere, anche se le due cose vanno di pari passo. L'amore che parte dal nostro riflesso e senza quel rifletterci consapevole, l'uomo, il maschio, non sarebbe tale, ma noi donne, siamo immortali, lui no.
Lui ha bisogno di noi. Noi possiamo usare ciò di cui necessitiamo.
Amica mia, scusa lo sfogo.
Proseguirò con la mia capricciosa superbia, a cercare carne e mente, per nutrire i miei bisogni, fino a che potrò.
Ma cerco l'amore, sai, l'amore.
Ciao.

APP

Differenza

Mi sono svegliato / nero tra bianchi / seminudo / su una strada di asfalto / tra i tanti benvestiti / guardano / ridono / mi ignorano

Mi sono svegliato / bianco tra neri / nel bel completo / su una via di sabbia / tra una folla seminuda / guardano / sorridono / mi acclamano

Mi sono svegliato / uomo tra donne / in abiti da personaggio / in luoghi di luci / tra mille bellezze / guardano / bisbigliano / mi circondano

Mi sono svegliato / donna tra uomini / elegante di natura / in un ovunque / tra tutti loro / guardano / sospirano / mi corteggiano

Mi sono svegliato / uomo tra maschi / travestito per distinguermi / non importa dove / tra menti altrove / guardano / parlano / mi sorpassano

Mi sono svegliato / donna tra femmine / nuda di me / dappertutto con curiosità / tra voci ricche / guardano / sparlano / mi aggirano

Mi sono svegliato / vecchio tra bimbi / d'abiti antichi / nei loro giochi / tra intuizioni / guardano / borbottano / mi cercano

Mi sono svegliato / bimbo tra vecchi / in vesti ingenue / nella loro confusione / tra gli insegnamenti / guardano / vociferano / mi accontentano

Mi sono svegliato / penso ad ogni vita / al senso della mia / nei sensi consapevoli / mi sono alzato / dall'alto affronto / ciò che dal basso / pareva sogno

Non ho colore / non ho sesso / non ho età / sono io / tra noi

Accogliamoci

APP